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Musei Vaticani

“I Vaticani, il Museo dei Musei” non si limitano ad accogliere le ricche collezioni di arte, archeologia ed etno-antropologia create dai Pontefici nel corso dei secoli, ma comprendono anche alcuni dei luoghi più esclusivi e artisticamente significativi dei Palazzi Apostolici.

Contatti

Musei Vaticani
Viale Vaticano
VAT-00120 Città del Vaticano

fon: +39 06 69884676
email: info.mv@scv.va

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Museo

Museo Gregoriano Egizio

Fondato per iniziativa di Papa Gregorio XVI nel 1839, il Museo Gregoriano Egizio si articola in nove sale, con un ampio emiciclo che si apre verso la terrazza del “Nicchione della Pigna”, nel quale trovano posto alcune sculture.
Le sale, ricavate dall’ex appartamento di ritiro di Pio IV, nel palazzetto di Belvedere di Innocenzo VIII, furono curate nel loro primo allestimento dal barnabita Padre Luigi Ungarelli, eminente egittologo dell’epoca, discepolo di Ippolito Rosellini. Del primitivo allestimento restano ancora oggi visibili, in alcune sale, diversi elementi architettonici e decorazioni parietali d’ispirazione esotica che dovevano richiamare l’ambiente nilotico.
La collezione è particolarmente interessante per il suo rapporto con il territorio, ricca di materiale dell’Egitto romano e della Roma egittizzante. Molti monumenti del nucleo più antico arrivarono infatti nell’Urbe per volontà imperiale, con lo scopo di abbellire edifici, santuari e ville, come il gruppo statuario dagli Horti Sallustiani, oggi esposto nella sala dell’Emiciclo. Numerose sono anche le opere egizie di manifattura romana, che testimoniano di un momento importante della storia della cultura faraonica, come è il caso dei reperti provenienti da quello splendido scenario che fu la Villa di Adriano a Tivoli.
Le ultime tre sale del percorso sono dedicate a reperti dal Vicino Oriente Antico, che andarono ad arricchire la collezione dagli anni ’70.

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Museo

Museo Pio Clementino

Il nucleo originario delle collezioni pontificie di scultura classica risale al "Cortile delle Statue" (oggi Cortile Ottagono) di Papa Giulio II (1503-1513). Nella seconda metà del XVIII secolo, le collezioni pontificie vennero incrementate sia attraverso scavi nel territorio romano e laziale, sia attraverso acquisizioni da collezionisti o da antiquari. Per influsso del pensiero illuministico esse si trasformarono in un museo pubblico in senso moderno con il compito di tutelare le opere d'arte antica e di promuoverne lo studio e la conoscenza. Denominato Pio Clementino dal nome dei suoi fondatori, Clemente XIV Ganganelli (1769-1774) e Pio VI Braschi (1775-1799), il museo era costituito da sale di esposizione, ottenute adattando edifici preesistenti e costruendone di nuovi, sia all'interno, sia nelle adiacenze del rinascimentale Palazzetto del Belvedere di Innocenzo VIII. Qui trovarono posto sculture antiche, spesso ampiamente integrate dai restauratori dell'epoca. Le architetture neoclassiche furono realizzate sotto la direzione di Alessandro Dori, Michelangelo Simonetti, Giuseppe Camporese, e impreziosite dall'opera di un folto gruppo di pittori e decoratori.
Con il Trattato di Tolentino (1797) lo Stato della Chiesa fu costretto a cedere alla Francia di Napoleone i principali capolavori del Museo, che vennero infatti trasferiti a Parigi. Più tardi, a seguito del Congresso di Vienna (1815) e grazie all'impegno diplomatico di Antonio Canova, la maggior parte delle opere venne recuperata.

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Galleria

Galleria Lapidaria

La Galleria Lapidaria, sede della più ricca collezione lapidaria vaticana, occupa la parte meridionale del lungo corridoio nato per congiungere il Palazzo Vaticano con il Palazzetto del Belvedere e anticamente chiamato Ambulacrum Iulianum dal nome di papa Giulio II (1503-1523) o “corridore bramantesco” dal nome dell’architetto che lo progettò. ­­Il primo nucleo della raccolta, organicamente iniziata da Clemente XIV (1769-1774), fondatore del Museo Clementino, e arricchita poi dagli acquisti dei pontefici Pio VI e Pio VII e dalle donazioni di collezioni private (Zelada, Galletti, Rusconi, Marini), era stato sistemato, già dal 1772, nella parte nord dell’ambulacro. Quando Pio VII decise di creare qui l’attuale Museo Chiaramonti, le lapidi – tra il 1805 e il 1808 – furono smurate e trasferite nell’odierna Galleria, che negli stessi anni vedeva anche l’arrivo di numerose epigrafi di nuova acquisizione. Curatore dei due allestimenti fu Gaetano Marini, coadiutore del Prefetto dell’Archivio Vaticano dal 1772, Prefetto dal 1798, primo Custode della Biblioteca Apostolica dal 1800. Perché un funzionario della Biblioteca? Perché essa aveva allora competenza sulla raccolta epigrafica: le iscrizioni lapidee erano assimilate ai manoscritti e ai documenti a stampa come fonti di conoscenza. La Galleria costituisce infatti una vera “biblioteca di pietra”, vestibolo di quella libraria (che ha il suo antico ingresso nella Galleria stessa) e ricca di più di 3400 “pagine” scritte su lastre, basi, cippi, cinerari, are, sarcofagi databili fra il I sec. a. C. e il VI d. C. Distribuite in 48 pareti (alcune allestite anche posteriormente al Marini) secondo il contenuto – religione, imperatori, consoli e magistrati, esercito, professioni e mestieri, famiglia e società, cristianesimo, scavi di Ostia – costituiscono una fonte importante per la conoscenza di molti aspetti del mondo antico e tardo-antico: popoli, nazioni, rapporti internazionali, guerre, esercito e marina, strutture amministrative, burocratiche, giuridiche, economiche, nomi di persona e sintesi biografiche (carriere, professioni), classi sociali, religiosità e spiritualità personale o collettiva, onori tributati a persone viventi e commemorazioni di persone scomparse, atti di munificenza privata e pubblica in campo sociale, edilizio, religioso, culto dei morti e della tomba, testamenti, forme private e pubbliche di vita associativa, avvisi, segnalazioni, divieti, insegne, inventari, dati topografici. Sarcofagi, are e basi sono collocati anche sul pavimento.
Le pareti sono corredate da didascalie in latino risalenti in parte all’allestimento del Marini e sono numerate (con numeri romani), entrando dal Chiaramonti, in ordine decrescente alternativamente pari a destra e dispari a sinistra.

Per comodità la presentazione è qui organizzata per sezioni tematiche corrispondenti a pareti singole o a gruppi di pareti, prima del lato sinistro (a partire dal Chiaramonti sino al fondo della Galleria), poi di quello destro (procedendo in senso inverso). All’interno delle sezioni, è mantenuta la numerazione decrescente delle pareti lungo il lato sinistro, per riprendere quella progressiva lungo il lato opposto.

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Museo

Museo Gregoriano Profano

Il Museo Gregoriano Profano era stato fondato nel Palazzo Apostolico del Laterano per volontà di Gregorio XVI Cappellari il 16 maggio 1844. In questa sede vennero esposti i ritrovamenti degli scavi archeologici pontifici effettuati negli ultimi decenni a Roma e nelle immediate vicinanze (Cerveteri, Veio, Ostia); a questi materiali si aggiunsero anche molte delle antichità che fino ad allora si trovavano stipate nei depositi di scultura. Negli anni sessanta del Novecento tutte le collezioni lateranensi furono trasferite in Vaticano, dove nel giugno 1970 fu inaugurata questa nuova ala espositiva. Il progetto architettonico, fortemente incoraggiato da papa Paolo VI, era stato affidato allo studio di Vincenzo, Fausto e Lucio Passarelli. L'edificio si avvaleva soprattutto della luce naturale, che si diffondeva attraverso grandi vetrate e lucernari, grazie all'assenza di nette divisioni dello spazio. Infatti i diaframmi tra le zone espositive sono spesso costituiti da griglie metalliche, cui sono ancorati molti dei materiali, anche per fornire estrema flessibilità all'allestimento, che tende a privilegiare i contesti di provenienza.
Il Museo Gregoriano Profano documenta momenti e temi diversi dell'arte classica a partire dalla Grecia antica per proseguire fino alla tarda età romana imperiale. Il percorso museale ha inizio dalle sculture della sezione degli originali greci, composta per lo più da stele funerarie, rilievi votivi e frammenti di sculture architettoniche. La visita prosegue attraverso gli spazi dedicati alle copie e alle rielaborazioni da originali greci eseguite in epoca romana, che comprendono soprattutto ritratti e scultura ideale.
Grande rilievo è dato alla scultura di età romana imperiale, documentata da importanti opere provenienti da edifici e monumenti pubblici e privati, nonché da ritratti e statue iconiche; accanto a queste si segnala un'articolata raccolta di scultura funeraria (urne, altari, sarcofagi).

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Museo

Museo Pio Cristiano

Venne fondato nel 1854 da Pio IX nel Palazzo del Laterano e destinato ad accogliere le testimonianze della comunità cristiana dei primi secoli: alcune opere furono prelevate dalla preesistente raccolta del Museo Sacro o Cristiano, fondato da Benedetto XIV nella Biblioteca Apostolica Vaticana (1756), altre invece provenivano da chiese e da diversi luoghi di Roma, dov’erano spesso utilizzate quali ornamenti o fontane (i sarcofagi). Proprio in quegli anni, inoltre, numerosi reperti, specie scultorei ed epigrafici, venivano dissepolti dalle catacombe romane, scavate dalla neonata Pontificia Commissione di Archeologia Sacra (1852): parte di essi veniva trasferita al Museo Pio Cristiano quando – per motivi di sicurezza, di conservazione o di “visibilità” – il luogo di ritrovamento non era ritenuto idoneo a custodirli. Proprio il criterio di esposizione delle opere impegnò non poco il padre gesuita Giuseppe Marchi e il grande archeologo Giovanni Battista de Rossi, allora poco più che trentenne. Le opere infatti – quasi interamente sarcofagi con figurazioni cristiane dal III al V secolo – furono disposte nella grande galleria del Palazzo seguendo un’organica divisione in gruppi simili di temi iconografici o scene bibliche, in una scansione prettamente tematica, dettata da una precisa volontà didattica e catechetica, che cercava tuttavia di salvaguardare almeno in parte lo svolgersi cronologico dei temi. Parallelamente il giovane de Rossi si dedicava all’allestimento, alle pareti della loggia, di un aggiornatissimo Lapidario cristiano, con le centinaia di iscrizioni, per lo più sepolcrali, suddivise per temi o per luoghi di provenienza. Nel 1963, per volontà di papa Giovanni XXIII, il Museo Pio Cristiano – insieme al Gregoriano Profano e al Museo Missionario Etnologico – fu trasferito dal Laterano al Vaticano, nel nuovo edificio che tuttora lo contiene, terminato poi da Paolo VI; qui venne riallestito da Enrico Josi, cercando di mantenere l’organizzazione precedente (sia pure rivista con criteri espositivi moderni), e nuovamente inaugurato nel 1970.

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Museo

Lapidario Ebraico

Una tra le più rilevanti collezioni vaticane d’iscrizioni antiche è quella del Lapidario Ebraico, trasferito dal Laterano al Vaticano nel 1963 assieme alle collezioni paleocristiane. Comprende la quasi totalità delle iscrizioni (circa duecento) rinvenute in occasione dello scavo della Catacomba ebraica di Monteverde, sulla via Portuense. La catacomba, nota almeno dal XVII sec., fu oggetto di indagini sistematiche solo agli inizi del XX (1904-1906), a seguito della riscoperta casuale durante attività di cava; nel 1914 i reperti furono allestiti in una nuova sala del Palazzo Apostolico Lateranense. Lo svuotamento di un così peculiare sito archeologico dalle sue iscrizioni – che oggi riterremmo senza dubbio deprecabile – costituì invece la salvezza di questo patrimonio epigrafico, in quanto pochi anni dopo, a causa del suolo franoso e delle attività di cava, la catacomba crollò irreparabilmente, fino alla perdita quasi completa di ogni sua traccia. Solo in anni recentissimi, fortuite scoperte di piccoli ambienti ipogei e di alcune sepolture nel corso di lavori nella zona di via Vincenzo Monti hanno offerto l’occasione per un riesame complessivo della documentazione di archivio, consentendo di identificare con esattezza il sito della perduta catacomba. La raccolta, unita a pochi altri reperti sporadici (come i capitelli della sinagoga dell’antica Portus), costituisce il più prezioso e omogeneo insieme d’iscrizioni giudaiche della diaspora e una vera miniera di notizie sulla comunità ebraica romana fra III e IV sec. d.C., riguardo ad esempio, alla lingua parlata (prevalentemente il greco), alla vita sociale e religiosa, comprese le cerimonie e i riti cultuali evocati da molti simboli presenti sulle lastre (come la menorāh, o candelabro a sette braccia, e il lulāv, o ramo di palma), fino ai nomi delle persone e ai rapporti familiari.

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Museo

Museo Etnologico Anima Mundi

Nel 1925 Pio XI organizzò un grande evento: l’Esposizione Vaticana, attraverso cui poter far conoscere le tradizioni culturali, artistiche e spirituali di tutti i popoli. Il grande successo dell’Esposizione, che mostrò a oltre un milione di visitatori più di 100.000 oggetti e opere d’arte provenienti da tutto il mondo, convinse il Pontefice a trasformare l’evento temporaneo in una esposizione permanente. Nacque così il Museo Missionario Etnologico, che fu ospitato nel palazzo Laterano fino al suo trasferimento, avvenuto agli inizi degli anni Settanta, nella sede attuale all’interno dei Musei Vaticani.
Il primo direttore del Museo fu padre Wilhelm Schmidt, il più noto etnologo cattolico del XX secolo. Fu lui a guidare la commissione che scelse, tra le 100.000 opere inviate per l’Esposizione, le 40.000 che rimasero come dono fatto dai popoli del mondo ai Pontefici. A questo nucleo originario furono aggiunte alcune preziose opere fino ad allora custodite nel Museo Borgiano di Propaganda Fide, testimonianza dell’incontro del mondo Occidentale con le altre culture a partire dal XVI secolo. Quel Museo raccolse parte della collezione del Cardinale Stefano Borgia (1731-1804), appassionato cultore di “curiosità esotiche”. Tra queste, alcune opere precolombiane inviate in dono a Papa Innocenzo XII nel 1692, data con la quale si fa iniziare la storia del Museo Etnologico Vaticano.
Attualmente oltre 80.000 oggetti ed opere d’arte sono custoditi dal Museo Etnologico. La collezione è molto diversificata: si va dalle migliaia di reperti preistorici provenienti da tutto il mondo e risalenti a oltre due milioni di anni fa, fino ai doni elargiti all’attuale Pontefice; dalle testimonianze delle grandi tradizioni spirituali asiatiche, a quelle delle civiltà precolombiane e dell’Islam; dalle produzioni dei popoli africani a quelle degli abitanti dell’Oceania e dell’Australia, passando per quelli delle popolazioni indigene d’America.

Per la particolarità della collezione etnologica costituita da materiale polimaterico i manufatti esposti sono soggetti a rotazione per la salvaguardia e la conservazione.

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Museo

Museo Cristiano

Il 4 ottobre 1757, con lettera apostolica Ad Optimarum Artium, Benedetto XIV (Lambertini, 1740-1758) decretava la nascita, in Vaticano, del Museo Cristiano, all’estremità meridionale del «corridore» delimitante da ovest il Cortile del Belvedere. L’atto medesimo che ne sanciva l’istituzione, preceduto dall’acquisizione di nuclei collezionistici privati, poneva l’ingente raccolta sotto le cure dell’erudito veronese Francesco Vettori (1692-1770), chiamato a sovrintendere a un complesso di oltre mille documenti. Il Museo stesso, incentrato sull’esposizione di reperti di provenienza catacombale, si proponeva di illuminare, attraverso gli strumenti dell’esegesi storiografica, il patrimonio di fede e cultura dei Cristiani dei primi secoli, nel segno di una lettura apologetica e, al tempo stesso, filologica degli oggetti rinvenuti. Sotto la guida del Vettori, i materiali giudicati attinenti al disegno storico della collezione furono allestiti secondo criteri di carattere eminentemente classificatorio, all’interno di armadi appositamente concepiti per la loro esposizione. Con l’espandersi della collezione e il suo estendersi alle testimonianze d’arte e di culto dei secoli successivi, il Museo giunse gradatamente a occupare le stanze ad esso adiacenti, lungo la direttrice meridionale del «corridore» di Belvedere, come la Sala dei Papiri, destinata da Clemente XIII (Rezzonico, 1758-1769) all’esposizione dei papiri latini della chiesa ravennate (VI-IX sec.), e quella detta poi degli Indirizzi, assegnata da Pio VII (Chiaramonti, 1800-1821) all’alloggiamento dei libri della propria Biblioteca e da Gregorio XVI (Cappellari, 1831-1846) all’esposizione di “una rara ed importante raccolta di pitture cristiane dei primordi dell’arte” (quella dei cosiddetti “primitivi”, trasferiti poi da San Pio X nella nuova Pinacoteca). Con l’allontanamento delle pitture nel 1909, la sala fu adibita alla custodia degli “indirizzi” di omaggio a Leone XIII (Pecci, 1878-1903) e a Pio X (Sarto, 1903-1914), cui essa deve il nome che ancora oggi conserva. Dal 1936 vi si conservano le straordinarie raccolte di arti applicate della Biblioteca, trasferite dal 1999 alla competenza dei Musei Vaticani.

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Museo

Sala delle Nozze Aldobrandine

La Sala delle Nozze Aldobrandine, già detta del Sansone dagli affreschi di Guido Reni sulla volta con le Storie di Sansone (Sansone che solleva la porta di Gaza, Sansone che uccide i Filistei, Sansone che lotta con il leone), deve il nome al famoso affresco romano, che vi è esposto. Fu costruita sotto Paolo V da Flaminio Ponzio tra il 1605 e il 1608. La pavimentazione, della metà del XIX secolo, è composta da frammenti musivi di età romana: il pastiche mediano, geometrico, a emblema centrale con Achille sul carro, che trascina il corpo di Ettore, viene da Vigna Brancadoro (Roma, via Tiburtina).
Per breve tempo l’ambiente accolse la collezione delle Stampe (dopo la demolizione dell’apposito Gabinetto per la costruzione del Braccio Nuovo nel 1822), ma dal 1838 fu destinato all’allestimento delle testimonianze pittoriche di età romana: le Nozze Aldobrandine, il gruppo delle Eroine di Tor Marancia e la figura femminile dalla tenuta di San Basilio sulla Via Nomentana, cui si aggiunsero, nel 1853, il ciclo dell’Odissea da via Graziosa e, a partire dal 1868, gli affreschi da Ostia.
Più recentemente vi sono stati sistemati, oltre all’iscrizione dell’insula Sertoriana, i mosaici della collezione Furietti (Tre ghirlande e Belve in un paesaggio esotico), già nel Museo Profano di Clemente XIII.

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Collezione d’Arte Contemporanea

All’interno del percorso dei Musei Vaticani un’ampia sezione è dedicata alla Collezione d’Arte Contemporanea. Nata dal desiderio di Paolo VI di ripristinare il dialogo tra Chiesa e cultura contemporanea, questa giovane collezione copre un arco cronologico che dalla fine del XIX secolo giunge al Novecento inoltrato e permette di avvicinarsi a inattesi capolavori del variegato panorama artistico del Novecento.
Inaugurata il 23 giugno del 1973 per volere di papa Montini, raccoglie opere di pittura, scultura e grafica donate nel corso degli anni da artisti, collezionisti, enti privati e pubblici. La maggior parte delle donazioni è stata frutto dei contatti attivati da Paolo VI con l’invito al mondo dell’arte, da lui incontrato il 7 maggio del 1964 nella Cappella Sistina. In quella sede il Pontefice aveva sottolineato l’effettiva distanza tra Chiesa e arte contemporanea, rispetto allo stretto e fecondo legame del passato, auspicando un riavvicinamento. L’esito di quell’augurio è stata la costituzione della Collezione d’Arte Religiosa Moderna.
L’operazione, portata avanti dal Segretario personale di Paolo VI, Mons. Pasquale Macchi, è durata circa dieci anni ed è andata ad arricchire il piccolo nucleo di opere del Novecento, entrate nella Pinacoteca Vaticana già alla fine degli anni Cinquanta, per volere di Pio XII.
Oggi la Collezione conta circa 8000 opere. La selezione esposta al pubblico, lungo un itinerario che si snoda dall’Appartamento Borgia fino alla Cappella Sistina, offre ai visitatori una ricca panoramica dell’arte italiana e internazionale del XX secolo. Tra i molti nomi importanti spiccano quelli di van Gogh, Bacon, Chagall, Carrà, de Chirico, Manzù, Capogrossi, Fontana, Burri e Matisse. A quest’ultimo è dedicata un’intera sala, inaugurata nel 2011, che ospita il preziosissimo nucleo di opere, relative alla genesi della Cappella di Vence, entrate nelle collezioni vaticane nel 1980, grazie alla straordinaria donazione del figlio dell’artista Pierre Matisse.

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Stanze di Raffaello

Le quattro stanze dette di Raffaello costituivano parte dell'appartamento situato al secondo piano del Palazzo Pontificio scelto da Giulio II della Rovere (pontefice dal 1503 al 1513) come propria residenza e utilizzato anche dai suoi successori. La decorazione pittorica fu realizzata da Raffaello e dai suoi allievi tra il 1508 e il 1524.

Tour virtuali:
www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/stanze-di-raffaello/tour-virtuale.html

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Cappella Niccolina

Situata nel cuore del Palazzo Apostolico, a due passi dalle Logge di Raffaello e dagli spazi dove si sarebbe sviluppato in seguito l’Appartamento di Giulio II e Leone X, la Cappella Niccolina deve il suo nome a papa Niccolò V (Tommaso Parentucelli, 1447-1455), che ne ordinò la costruzione in corrispondenza degli ultimi due piani della torre fatta costruire da Innocenzo III (1198-1216), ovvero dal quarto pontefice di questo nome (1243-1254), a protezione di un preesistente nucleo palaziale. La sontuosa decorazione della Cappella – che due pagamenti del febbraio-marzo 1448 assegnano al domenicano Fra Giovanni da Fiesole, detto il Beato Angelico (c.1395-1455) – è una delle opere capitali del Quattrocento italiano ed è probabilmente il vertice di quello che è stato definito l’«Umanesimo cristiano» del pittore fiorentino. Gli affreschi che ne rivestono l’interno hanno inizio sulla parete a destra dell’altare, verso le camere secrete del papa, e si svolgono in due ordini sovrapposti lungo l’intero perimetro dell’ambiente, fino a concludersi sulla parete opposta, verso la camera paramenti superior, dove aveva sede la Guardia dei Lanzi. Vi sono illustrati episodi della vita dei SS. Stefano e Lorenzo, espressi in parallelo secondo la legge retorica delle corrispondenze, a partire dalle rispettive consacrazioni diaconali fino alla generosa testimonianza di fede, culminata nel martirio. Il soffitto, spartito in quattro vele dai costoloni della volta, è dominato dalla raffigurazione dei Quattro Evangelisti, la cui autorità – su cui riposano i fondamenti della dottrina cristiana – viene simbolicamente trasmessa agli otto Dottori della Chiesa, rappresentati entro nicchie sugli arconi che incorniciano la pareti. Se numerose, nelle architetture e nelle pose, appaiono le citazioni desunte dall’antico, ormai pienamente rinascimentale è la forza morale che sprigiona dalla varia umanità degli affreschi, eroica e dignitosa come i protagonisti della storia classica.

Tour virtuale:
www.museivaticani.va/content/museivaticani/de/collezioni/musei/cappella-niccolina/tour-virtuale.html

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Sala dell’Immacolata

A seguito della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte di Pio IX, avvenuta l’8 dicembre 1854, il pontefice decide di celebrare l’evento con un ciclo di affreschi.
Viene scelta la grande sala adiacente alle Stanze di Raffaello e l’incarico è assegnato a Francesco Podesti (1800-1895), pittore anconetano radicato nel panorama artistico e accademico romano. L’artista, insieme alla sua squadra di maestranze, lavora all’impresa dal 1856 al 1865, progettandola e seguendone la realizzazione in tutte le sue parti: le porte e i portelloni lignei delle finestre e le mostre di marmo intarsiato, nonché la messa in opera del mosaico romano proveniente da Ostia antica, comprato appositamente per questo ambiente.
La realizzazione della decorazione pittorica prende avvio dalla volta, con scene allegoriche che alludono alle virtù della Vergine; continua sulla parete nord, con l’omaggio dei continenti alla Chiesa in trono; segue sulla parete ovest, occupata dalla Discussione del dogma, dove Podesti dà prova della sua abilità di ritrattista nei personaggi riuniti a discutere il tema sacro; culmina nella parete sud, che ospita la scena principale, ossia la Proclamazione del dogma, ambientata nella Basilica di San Pietro; e si conclude nella parete est, con l’Incoronazione dell’Immagine di Maria, evento seguito alla Proclamazione e svoltosi in San Pietro. Podesti, che era presente, inserisce qui il proprio autoritratto.

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Museo

Museo Gregoriano Etrusco

Il museo, fondato da Papa Gregorio XVI e inaugurato il 2 febbraio 1837, fu uno dei primi espressamente dedicati alle antichità etrusche e raccoglie prevalentemente il frutto degli scavi effettuati negli anni precedenti nei siti di alcune delle città più importanti dell’antica Etruria, allora comprese nel territorio dello Stato Pontificio. Nel museo accederanno anche opere già pervenute in Vaticano e con una lunga storia collezionistica.
Con la fine dello Stato Pontificio nel 1870, il museo ha visto solo accrescimenti sporadici, anche se di notevole importanza: la collezione Falcioni (1898), la raccolta Benedetto Guglielmi (1935), la collezione Mario Astarita (1967), la raccolta Giacinto Guglielmi (1987).
Attraverso le opere esposte, che documentano un fiorente artigianato e una peculiare civiltà artistica, è possibile seguire la storia millenaria del popolo etrusco, dall’età del Ferro (IX sec. a.C.) fino al suo progressivo e definitivo confluire nella struttura dello stato romano nel I secolo a.C..
La sezione dedicata alle antichità romane (Antiquarium Romanum) giunge sino alla fine dell’impero d’occidente (V sec. d.C.) e include bronzi, vetri, avori, terrecotte e ceramiche da Roma e dal Lazio, comprese città un tempo etrusche come Vulci.
Una celebre raccolta di vasi figurati greci (ma rinvenuti soprattutto in Etruria), etruschi in senso proprio e italioti (prodotti nelle città ellenizzate dell’Italia meridionale) permette di ripercorrere la storia della pittura antica.
Il museo occupa il Palazzetto del Belvedere di Innocenzo VIII Cibo (1484-1492), progettato dal Pollaiolo, e l’Appartamento di Tor dei Venti di Pio IV Medici (1559-1565), iniziato da Michelangelo e Girolamo da Carpi e finito da Pirro Ligorio. Dall’interno è visibile la monumentale Chiocciola del Bramante, iniziata nel 1512.
Nelle sale si possono ammirare gli originari cicli pittorici del Cinquecento, tra cui affreschi di Federico Barocci e Federico Zuccari (1563) e di Santi di Tito e Niccolò Circignani delle Pomarance (1564), nonché tempere murali della fine del XVIII secolo di notevole interesse.

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Museo

Museo Chiaramonti

Il Museo Chiaramonti, allestito nel loggiato che metteva in comunicazione il Palazzetto di Belvedere con l'insieme dei Palazzi Vaticani, prende la sua denominazione da papa Pio VII Chiaramonti (1800-1823) e segna un momento importante nella storia delle collezioni vaticane. Con il trattato di Tolentino (1797) lo Stato Pontificio aveva dovuto cedere alla Francia di Napoleone i maggiori capolavori del Museo Pio Clementino. Successivamente il Congresso di Vienna (1815) e l'azione diplomatica di Antonio Canova permisero il recupero di quasi tutte le opere di scultura sequestrate. Attraverso una vasta campagna di acquisti, effettuata presso gli antiquari romani e gli scavatori attivi nello Stato Pontificio, si realizzò il nuovo museo a partire dal 1806.
I criteri dell'ordinamento furono dettati dallo stesso Canova, che mirava a presentare insieme le "tre arti sorelle": la scultura, nelle opere antiche esposte; l'architettura, nelle mensole ottenute da antiche cornici architettoniche e la pittura, negli affreschi. Questi ultimi furono realizzati da giovani artisti dell'epoca a spese dello stesso Canova. Il ciclo pittorico illustrava le benemerenze del pontefice per le arti e i monumenti di Roma; il rientro delle opere vaticane dalla Francia è commemorato nella lunetta della parete XXI. L'allestimento, dall'assetto rigoroso che evita di isolare i capolavori favorendo un reciproco confronto, mostra l'influenza delle idee di Quatremère de Quincy che, in polemica con i sequestri francesi, considerava le opere d'arte realmente comprensibili solo se fruite nel loro luogo di origine e se messe a confronto anche con esemplari di minore livello qualitativo. Costituito da circa un migliaio di reperti di scultura antica, il Museo Chiaramonti presenta una delle più cospicue collezioni di ritratti romani, ma è ricco anche di esempi di scultura ideale e funeraria.

Tour virtuale:
www.museivaticani.va/content/museivaticani/de/collezioni/musei/museo-chiaramonti/tour-virtuale.html

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Braccio Nuovo

Il rientro dalla Francia delle opere confiscate da Napoleone comportò un riordino delle collezioni pontificie e rese opportuna la costruzione di un nuovo settore di scultura classica. Papa Pio VII (1800-1823) affidò l'incarico di realizzare il cosiddetto Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti all'architetto romano Raffaele Stern; sopraggiunta la morte di Stern nel 1820, il lavoro fu proseguito da Pasquale Belli fino all'inaugurazione nel febbraio 1822. All'allestimento soprintendeva la Commissione di Belle Arti, presieduta da Antonio Canova e formata anche da Filippo Aurelio Visconti e Antonio D'Este. La nuova fabbrica ottocentesca, che può essere considerata una delle più significative testimonianze dell'architettura neoclassica a Roma, si inserì tra le gallerie del Museo Chiaramonti e quelle della Biblioteca Apostolica.
Le linee architettoniche, l'uso sfarzoso dei marmi, in gran parte colorati e provenienti da edifici di età romana, compongono un ideale spazio antico che mira a ricreare per le sculture un contesto il più simile possibile a quello di origine. Anche la pavimentazione è funzionale a tale intento, costituita come è da grandi lastre marmoree che inquadrano mosaici romani. Lungo le pareti corrono invece fregi in stucco, realizzati da Francesco Massimiliano Laboureur e ispirati a celebri rilievi antichi.
L'edificio si articola in una galleria lunga 68 metri, coperta da una volta a cassettoni con lucernari; al centro, da un lato si apre a emiciclo, dall'altro una serie di gradini permettono l'accesso al monumentale portico che affaccia sul Cortile della Pigna. Le pareti sono scandite da ventotto nicchie che ospitano statue dalle dimensioni decisamente maggiori del vero, come i ritratti imperiali e le repliche romane di famosi originali greci. Sulle mensole e sulle semicolonne i busti in esposizione costituiscono una galleria di celebri personaggi dell'antichità.

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Museo

Museo Profano

Con la Cedola di moto proprio del 1761 Clemente XIII sancì la nascita del Museo Profano, primo nucleo museale per le antichità profane in Vaticano, destinato all’esposizione delle raccolte di arte suntuaria, dell'instrumentum domesticum (cammei, avori, cristalli di rocca e piccoli bronzi) e, fino all’inizio del XIX secolo, dei medaglieri pontifici.
L’ambiente - detto anche inizialmente "Stanza delle Medaglie" e collocato nella parte terminale verso settentrione della Galleria Clementina, in rapporto dialettico con il Museo Cristiano di Benedetto XIV, posto all'estremità opposta del corridoio della Biblioteca - fu inaugurato nel 1767. Il prospetto architettonico d’accesso dalla Galleria Clementina, ornato da due statue dal corpo umano e testa di leone (Aion, il Tempo, o Arimanius, divinità di origine persiana), fu terminato invece all’inizio del XIX secolo.
Il volto settecentesco dell’ambiente museale fu stravolto dalle cospicue asportazioni napoleoniche, che dispersero definitivamente nei musei parigini ed esteri le opere più prestigiose. L’esposizione attuale si è quindi ispirata alla disposizione degli oggetti agli inizi dell’Ottocento. L’allestimento della sala valorizza l’aspetto collezionistico, accogliendo le raccolte Carpegna, Vettori, Assemani, presenti nel museo dalla sua fondazione. Sono inoltre esposti alcuni materiali di provenienza sconosciuta e altri, da contesti noti e di rinvenimento ottocentesco, montati in appositi quadretti concepiti per essere appesi nelle vetrine. Il restante materiale della collezione (di provenienza ignota, rinvenuto in scavi sette/ottocenteschi o acquisito dopo il 1800) è stato invece così ripartito nella Galleria Clementina: Settore Enciclopedico, destinato ad illustrare l’ampiezza degli interessi collezionistici del Museo (I campata); Stato Pontificio, scavi ottocenteschi (II campata); Stato Pontificio, scavi settecenteschi (III campata); Settore Tematico con materiali di epoca preromana e romana di provenienza ignota (IV campata).

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Musei Vaticani

“I Vaticani, il Museo dei Musei” non si limitano ad accogliere le ricche collezioni di arte, archeologia ed etno-antropologia create dai Pontefici nel corso dei secoli, ma comprendono anche alcuni dei luoghi più esclusivi e artisticamente significativi dei Palazzi Apostolici.

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Mostre / Museo Museo di Roma Roma, Piazza San Pantaleo, 10
Mostre / Museo MAXXI Roma Roma, Via Guido Reni, 4A
Mostre / Museo Musei Civici Roma, Piazza Lovatelli 35
Mostre / Museo Chiostro del Bramante Roma Roma, Via Arco della Pace, 5
Mostre / Museo Palazzo Barberini Roma Roma, Via delle Quattro Fontane, 13
Mostre / Museo Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco Roma, Corso Vittorio Emanuele 166/A
Mostre / Chiesa Pantheon Roma, Piazza della Rotonda
Mostre / Visite turistiche Villa di Massenzio Roma, Via Appia Antica, 153
Mostre / Museo Museo delle Mura Roma, Via di Porta San Sebastiano, 18

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